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La creatività è un bisogno: soddisfalo per rimetterti al centro

Per anni sono stata convinta di non essere una persona creativa.
O meglio, in linea con quello che spesso è il pensiero comune, credevo che la creatività avesse a che fare solo con la produzione di meravigliose opere d’arte, creazioni originali preferibilmente realizzate con le mani come dipinti, disegni o sculture.


Così, certa di essere scarsamente dotata dal punto di vista artistico, ho deciso che la creatività non era roba per me e che per compensare avrei eccelso in altre aree.


È dovuto passare molto tempo e io ho dovuto ampliare i miei orizzonti per capire che mi sbagliavo.

 

Un paio di anni fa, infatti, a seguito di una discussione sul tema con alcuni colleghi e compagni di master, mi sono finalmente presa la briga di approfondire l’argomento e mi sono letteralmente scontrata con queste parole: “La creatività è la capacità produttiva della ragione o della fantasia […]” (Wikipedia).

 

Poi con queste altre: “Virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia. In psicologia, il termine è stato assunto a indicare un processo di dinamica intellettuale che ha come fattori caratterizzanti: particolare sensibilità ai problemi, capacità di produrre idee, originalità nell’ideare, capacità di sintesi e di analisi, capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze.” (Diz. Treccani).


E infine, più di recente, con la definizione del filosofo Arthur Koestler che parla di bisociazione intesa come l’atto di unire due contesti o due realtà non correlate o incompatibili, aggiungendo che “L’individuo creativo è  colui che riesce a operare contemporaneamente su piani cognitivi e a mettere poi in contatto tali piani tra di loro.

 

Puoi immaginare come mi sia sentita a leggere quelle parole e a scoprire che la realtà era ben diversa da come io me l’ero dipinta?
Sollevata (“Allora sono creativa anche io!”) e anche piena di rimpianti (Quante cose avrei potuto fare se mi fossi presa il disturbo di analizzarne il senso molto tempo prima?).


Insomma, finalmente potevo definirmi creativa, date le qualità che tutti mi riconoscevano di:

  • creare connessioni (tra le persone e le informazioni),
  • inventare soluzioni,
  • risolvere i conflitti,
  • gestire gli imprevisti,
  • e, ultimo ma non ultimo, rispondere alle domande più assurde delle mie figlie con originalità e sensibilità!



E quindi ecco il pensiero che, nella sua semplicità, per me è stato una rivelazione: non esistono persone che non siano creative. Lo siamo tutte, solo in modo diverso.

 

Riconoscere la propria creatività significa riscoprire le proprie qualità, portarle alla luce e dar loro lo spazio che meritano. In altre parole, darsi il permesso di essere come si è, senza ricorrere a paragoni o giudizi. E a quel punto avere l’occasione di usare le proprie risorse al meglio delle proprie possibilità per esprimersi.

 

 

Come ho chiuso la mia creatività in un cassetto

La credenza che la creatività fosse per una manciata di eletti, unita alla certezza (infondata, come ho scoperto più tardi) di non essere fra questi, a suo tempo mi ha fatto giungere a questa conclusione strampalata e azzardata (eppure di grande impatto sullla mia vita): se la creatività è un dono di pochi, significa che non è così necessaria alla vita di tutti i giorni, quindi è superflua e ne posso fare a meno.

 

Non solo, le mie convinzioni su come fosse bene impiegare il proprio tempo e le proprie energie mi facevano pensare: perché dedicarsi a qualcosa che non solo non mi riusciva bene, ma che non mi avrebbe potuto portare a nulla di produttivo, se non al divertimento fine a se stesso?
Che senso aveva passare del tempo a fare qualcosa che mi piaceva, ma che non mi veniva bene e che quindi avrebbe potuto rubare tempo prezioso a qualcos’altro in cui avrei potuto eccellere e di cui avrei potuto godere i frutti un giorno?

 

Una vocetta mi diceva (e mi convinceva) di lasciar perdere.

 

L’ho ascoltata e a quel punto – avrò avuto a malapena quattordici o quindici anni – ho smesso di colorare, disegnare, scrivere sul mio diario e fare tutto ciò che mi sembrava un’attività riconducibile a quella creativa.

Il mio giudice interno, peraltro, continuava a dirmi che quando disegnavo ero appena mediocre, quindi perché avrei dovuto tenere la matita in mano?
D’altronde, c’erano i libri ad attendermi e quelli sì che mi davano soddisfazione!



E come lo hanno fatto altre donne

Conducendo i miei percorsi di coaching mi sono imbattuta spesso in storie di donne che raccontavano dinamiche simili: la creatività, in quanto tempo speso per loro stesse, era superflua e quindi poteva (anzi doveva) essere  essere messa da parte.

Complice anche la convinzione che prendersi del tempo per sè e per il proprio divertimento fosse da egoiste

E così ho ascoltato storie di laboratori chiusi a chiave, poesie interrotte, macchine fotografiche confinate nell’armadio, corsi di make up mai messi in pratica, lezioni di teatro lasciate a metà e molto altro.

In questo modo era iniziato il lento e inesorabile processo che aveva portato a chiudere in un cassetto la loro vena creativa e a convincersi che fosse giusto così.

Qual era il bisogno comune a queste donne (Patrizia di un tempo compresa) che nel tempo avevano sacrificato un loro hobby o una loro passione?

Ognuna di noi ha la propria storia e il proprio vissuto, tuttavia mi sento di poter azzardare una risposta: la necessità di prendersi del tempo per sé, di darsi il permesso di pensare a loro stesse senza sensi di colpa, di esprimersi liberamente. E sopratutto di pensare di meritarlo.



La creatività è un bisogno

Quando scegliamo di mettere da parte la nostra creatività intesa come tempo per nutrire la nostra anima coltivando le nostre inclinazioni, perdiamo la connessione con noi stesse, con il nostro io profondo, con la possibilità di sentirci realizzate secondo una visione di soddisfazione che sia solo nostra e di nessun altro.

In buona sostanza ci allontaniamo dai nostri bisogni autentici, che è fondamentale conoscere e ascoltare per vivere una vita piena, soddisfacente e in armonia con noi stesse (come ti ho raccontato nel mio post “Conosci i tuoi bisogni?“).

Da questo punto di vista, la creatività può essere considerata un bisogno che rimanda alla necessità di esprimere noi stesse, di prendersi il proprio tempo e il proprio spazio e di prendersi cura di sé.

 

E’ come dire “Io ci sono, mi vedete?”. E’ un modo molto introspettivo per guardarsi in profondità, ascoltare le proprie emozioni, capirsi e poi per affermarsi, raccontarsi ed esporsi con coraggio.


Quindi, quando decidiamo che il canto non ha più posto nella nostra vita perchè ci sono cose più serie a cui pensare, che recuperare un vecchio tavolo e restaurarlo per farne una scrivania ci distolglie da altri doveri, che non ha senso frequentare un corso di cucina se poi non vorremo diventare chef o che scrivere poesie è inutile perchè tanto le leggerà mai nessuno, in realtà stiamo scegliendo di sacrificare la nostra voce.

 

 

Io sono creativa, anzi, io sono un’artista!

Da quando ho capito che la creatività è uno dei miei bisogni primari e ho smesso di  recriminare per il tempo perso, ho lavorato su me stessa per accogliere e assecondare questa mia necessità.

 

In questo percorso ho avuto come punto di riferimento il libro “La via dell’artista” di Julia Cameron che, in un cammino di dodici settimane fatto di esercizi e riflessioni, mi ha permesso di capire che mettermi in ascolto di me stessa era l’unico modo per far emergere la mia creatività, per darmi il permesso di essere creativa a modo mio e per superare tutte le credenze e i blocchi del passato.

Così mi sono iscritta a un corso di arte terapia, ho ripreso in mano i pennelli e gli acquerelli, ho comprato un blocco e un carboncino, ho ripreso a fare fotografie e ho ricominciato a disegnare, per lo più volti e…. fatine!
Proprio come facevo da ragazzina!

Il risultato è quello che tecnicamente potrebbe definirsi “bello”?
Onestamente non penso, ma non è questo il punto.
Ciò che conta è che ho ripreso a esprimermi nel modo che più sento mio, con i miei tempi e, mentre lo faccio, la mia mente spazia e spesso trova soluzioni a cui prima non aveva pensato, ha idee nuove e illuminazioni e crea!

 

In quei momenti mi sento in armonia con me stessa, perchè so che lo sto facendo per me, per nutrire una parte di me che ha bisogno di ispirazione e per farlo ho dovuto liberarmi del giudizio e della paura di sentire cosa avevo dentro e di esprimerlo!



E tu, riesci a concederti del tempo per te per coltivare ciò che più ti ispira?

 

Se ti riconosci nelle mie parole e nella mia esperienza, per iniziare a recuperare il tuo tempo creativo, prova a fare così:

1. Come suggerisce Julia Cameron, fissa un tuo personale appuntamento con l’artista che è in te: per iniziare ti basterà una mezz’ora, poi pian piano potrai aumentare il tempo se lo vorrai.

2. Fai un elenco delle attività che siano per te creative e che hai chiuso nel cassetto o che in generale ti piacerebbe svolgere e scegline una.

3. Rispetta l’appuntamento con te stessa e mettiti all’opera!

4. Quali sono i pensieri che ti arrivano mentre lo fai? Come ti senti? Come affronti l’esperienza? E’ scorrevole o ti blocchi in qualche punto?


Ti va di raccontarmi come è andata? Lasciami un commento o scrivimi a patrizia@patriziarcadi.it!

 

E se vuoi ricevere altri spunti di coaching e rimanere in contatto con me, iscriviti alla mia newsletter [In punta di spine]:  potrai scaricare “Sfumature di imperfezione”, la guida in regalo per te per scoprire e accogliere le tonalità di imperfezione della tua vita… compresa la difficoltà ad ascoltare i tuoi bisogni creativi!

 

Ti aspetto!

 

Ph Ornella Binni su Unsplash

 

 

Patrizia Arcadi

Sono Patrizia Arcadi, La Coach Imperfetta: ti aiuto ad accettare e accogliere l’imperfezione, riscoprendo il coraggio di essere te stessa. Lavorando con me potrai: sentirti più sicura di te e delle tue decisioni nella vita privata e nel lavoro, metterti al primo posto senza sentirti in colpa, riconoscere il tuo valore, dire la tua con sicurezza, apprezzarti e star bene con te stessa.

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