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Quali sono i bisogni dietro al perfezionismo

Superare la visione del mondo “giusto/sbagliato” rende tutto più leggero: ciò che prima si considerava ostile o nemico può finalmente essere visto con occhi meno critici e magari insegnarci anche qualcosa di noi.

È con questo spirito che oggi ti parlo di perfezionismo e di come ho smesso di considerarlo un nemico da combattere e ho iniziato a vederlo come un bisogno da accogliere.

Per come la vedo io, il perfezionismo è un “di cui” della vocazione alla perfezione.
Una vocazione che può iniziare sin dalla tenera età, che facciamo nostra nel tempo e che fino a un certo punto può anche funzionare.
È quella leva su cui spingere quando vogliamo dare il massimo, quella che ci fa sentire gratificate a fare le cose fatte bene.

 

Eppure, ahimè, il passo da “faccio del mio meglio” a “devo essere perfetta” può essere piuttosto breve.

 

Per mia esperienza, infatti, i grattacapi sorgono quando questo modo di fare diventa un modo di essere: il desiderio di fare le cose “a puntino” non si applica più solo alle prestazioni (dal lavoro, allo sport ecc), ma pervade ogni aspetto delle nostre giornate.
È così che tutto ciò che facciamo diventa una performance, una occasione per darci un voto, un pretesto per cui gli altri ci giudicheranno non più come brave o non brave, ma come perfette o disastrose.

 


Il controsenso del perfezionismo

Quando siamo votate al perfezionismo, ci infiliamo in un vicolo cieco, o meglio in un meccanismo pieno di controsensi: vogliamo che sia tutto perfetto ma, trattandosi di un desiderio irrealizzabile, siamo perennemente insoddisfatte, ci critichiamo ferocemente, tanto da ritenerci un completo fallimento.
Sì, perché il perfezionismo non conosce mezze misure: diventa facilmente una condizione estrema, per cui tutto è bianco o nero, giusto o sbagliato.
E tutto ciò che sta nel mezzo, ogni sfumatura, ogni variabile, non è assolutamente contemplabile.
A quel punto ciò che prima era un desiderio costante di miglioramento, diventa motivo per non migliorare affatto, anzi per sentirsi ingabbiate dalla paura di sbagliare, tanto da non agire, rimandare, rallentare, perdersi nei dettagli, perdere di vista la sostanza.

 

A guidarci è il timore che ogni nostra azione possa essere l’occasione per dimostrare che siamo un grande flop.

 


Imperfezionismo“: l’alternativa al perfezionismo

Mi sono chiesta nel tempo se la perfezione possa essere un valore ed è chiaro che perseguirla, in alcuni casi, non comporti rischi, bensì obiettivi e prestazioni che richiedono inevitabilmente certi stard di impeccabilità.

 

Tuttavia, quando si ha a che fare con la perfezione, bisogna sempre ricordarsi che per il perfezionismo, ciò che conta non è tanto il “cosa”, ma il “come” ci si arriva a fare la differenza. Il perfezionismo, infatti, non ammette che su quella via ci possano essere cadute e imperfezioni, né contempla delle battute d’arresto.

 

Il percorso verso l’obiettivo è molto più faticoso, sia fisicamente, sia emotivamente, poiché ti fa opporre anche una rigida “resistenza” agli ostacoli della vita e agli imprevisti (che vivi come una tua colpa).

Con questo atteggiamento, anche se dovessi raggiungere il tuo scopo, non saresti comunque soddisfatta, perché troveresti comunque motivo per criticarti, per giudicare come ci sei arrivata, i tempi, i modi e, una volta centrato l’obiettivo, con tutta probabilità ti starai già preoccupando per il successivo.

Ecco un’altra differenza tra chi è chi è perfezionista e chi non lo è.

 

Il perfezionismo punta al risultato e non ammette deroghe sul processo, l'”imperfezionismo” si orienta al risultato, riuscendo comunque a godersi il viaggio e a gestire con flessibilità le variabili che si frappongono tra il punto di partenza e la meta.

 

E, vista così, un obiettivo mancato vissuto con fare da perfezionista sarà motivo per considerarsi un disastro su tutta la lineageneralizzare ed esprimere un giudizio negativo su noi stesse (ho sbagliato = sono un totale fallimento).
L”imperfezionismo” invece, ci consentirà di vederci comunque del buono, di imparare dai nostri errori, di capire peraltro se quell’obiettivo ci interessava davvero (e il peso di questo interesse sta tutto nelle emozioni che provi quando onn puoi ottenere ciò che desideri!).

 

La realtà è che il perfezionismo non ti metterà mai al riparo da imprevisti ed errori: te li renderà solo meno digeribili e sopportabili.

 


I bisogni dietro il perfezionismo

Lasciar andare il perfezionismo non significa accontentarsi, quanto capire cosa sia meglio per noi.

E per farlo è necessario affinare l’arte dell’ascolto e del’osservazione:

  • delle parole che ci diciamo e del film che ci proiettiamo quando pensiamo di fallire,
  • delle nostre emozioni scaturite da questi pensieri,
  • dei nostri bisogni insoddisfatti che chiedono attenzione,
  • dei messaggi che il nostro corpo ci manda per veicolare questi bisogni insoddisfatti.

Già, ma quali sono i bisogni che possono celarsi dietro il perfezionismo?

 

Per come la vedo io, questi bisogni possono ricondursi all’area di “interdipendenza e relazione” (per un rimando a una possibile categorizzazione dei bisogni, leggi questo mio articolo).

Tra questi bisogni, in particolare, troviamo quello di essere accettate, apprezzate, accolte.
Nel tempo, ci siamo in qualche modo convinte che essere perfette sia la risposta a queste necessità, perchè solo se soddisferemo questo standard di comportamento potremo meritare l’approvazione, l’attenzione e – aggiungo io – l’amore degli altri.

Ritengo che tutto questo abbia a che fare anche con il bisogno di essere “viste”, di essere considerate e che soddifare questa necessità sia particolarmente vincolato a un’altra categoria di bisogni, quella “dell’integrità e dell’autorealizzazione”
Proprio così: per poter coronare il bisogno di considerazione e accettazione da parte degli altri, è necessario innanzitutto soddisfare un bisogno di fiducia in se stesse, di stima di sé e del proprio valore.

 

Perchè dove c’è fiducia nelle nostre qualità, dove c’è una solida autostima, dove ci sono consapevolezza di sé e del proprio valore, non c’è spazio per il perfezionismo.

 

Ma per il rispetto di sé, dei propri tempi, della propria natura: ed è lì che trova casa la nostra autenticità, la capacità di accogliere le proprie imperfezioni, di perdonarsi e perdonare gli errori.
E soprattutto di sentirsi soddisfatte di se stesse, qualsiasi sia il risultato raggiunto, consapevoli che questo non significa accontentarsi, bensì dare il meglio di sé.

 

Pertanto, se ti sei accorta che il perfezionismo ti sta condizionando, parti dai tuoi bisogni (trovi qui e qui due articoli che potranno aiutarti a individuarli).
Ascolta i messaggi del tuo corpo, delle tue emozioni e chiediti quale bisogno ti sta muovendo in quella direzione.

E poi domandati: ora che so di cosa ho bisogno, quale alternativa ho?

Il perfezionismo può davvero aiutarmi a soddisfare questo bisogno?
Che prove ho che sia così?

Quale altra opzione posso scegliere?

Vedrai che ne rimarrai piacevolmente sopresa e, se anche all’inizio non sarà semplice, questa consapevolezza ti tornerà utile in futuro!

 
Vuoi scoprire quali sono i bisogni che si celano dietro il tuo perfezionismo e trovare un modo per soddisfarli che non sia così faticoso e difficile? Regalati il percorso di autocoaching “Io sono un cactus”: esercizi pratici, video e approfondimenti per conoscerti meglio e trovare un modo più leggero per vivere le tue giornate!

 

Grazie e a presto,

Patrizia

 

Ph Erol Ahmed su Unsplash


 

 

 

Patrizia Arcadi

Sono Patrizia Arcadi, La Coach Imperfetta: ti aiuto ad accettare e accogliere l’imperfezione, riscoprendo il coraggio di essere te stessa. Lavorando con me potrai: sentirti più sicura di te e delle tue decisioni nella vita privata e nel lavoro, metterti al primo posto senza sentirti in colpa, riconoscere il tuo valore, dire la tua con sicurezza, apprezzarti e star bene con te stessa.

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