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Non sogno un mondo perfetto. E tu?

Non è raro che io mi chieda perchè faccio quello che faccio. Non perchè non ne sia convinta, tutt’altro. Lo faccio esattamente perchè sono così votata alla causa di un mondo fatto di donne consapevoli del proprio valore, capaci di accettarsi, di amarsi, di non sentirsi costrette a essere perfette a ogni costo per andare bene, da volere fare ogni giorno la mia parte per contribuire, nel mio piccolo, a rendere il mondo un posto migliore.

Non perfetto, migliore.

Perchè non è nella perfezione che risiede la felicità. Non è il perfezionismo la soluzione per sentirci soddisfatte di noi. Nè per tornare a fidarci di noi stesse o per essere consapevoli di chi siamo e del nostro valore.

In questo articolo voglio condividere con te ciò che sogno per le donne e per il mondo e, in fondo al post, ti racconto uno dei modi con cui voglio contribuire a realizzarlo.
Ma se non puoi resistere e sei curiosissima, clicca qui e scoprilo subito!


Sogno un mondo in cui…


1. L’imperfezione e l’errore siano materia di studio

A scuola e nella vita.
In cui non ci sia più la costrizione a stare dentro ai margini, a colorare dentro le righe, a non sporcare, non “esagerare”, non essere “fuori dal coro”.

Una realtà che non abbia paura dell’errore, che sdogani la cultura dello sbaglio, che onori così l’essenza della nostra natura. Un mondo che non abbia paura di guardare in faccia la realtà per quella che è, imperfetta, e per questo soprendente e meravigliosamente imprevedibile.

Coltivare la cultura dell’errore significa mettersi al riparo dalle trappole del perfezionismo, dal terrore del fallimento che può bloccarci, dalla sensazione di non fare mai abbastanza per perfezionare le cose e dal senso di colpa per non riuscirci.

Vuol dire vivere nella cultura dell’imperfezionismo, che non è un inno allo sbaglio a tutti i costi o al pressappochismo, ma alla fiducia che, qualora ci fossero un ostacolo o un errore, saremo in grado di rialzarci, di crescere grazie a quella deviazione. Di allenare l’arte dell’accettazione di sè e delle proprie imperfezioni, imparando a chiedersi “In che modo, oggi, posso accogliere le cose in maniera meno rigida e più flessibile?”.

Sogno un mondo in cui l’imperfezionismo sia una materia di studio, in cui ci siano laboratori di pratica, per portare poi nella vita questo approccio più sostenibile alternativo alla fatica di resistere a tutti i costi allo sbaglio e al’imprevisto.
Un mondo in cui sperimentare che vivere in un modo meno faticoso e molto più soddisfacente esiste.


2. Il cambiamento sia alla portata di tutte

Il cambiamento fa paura, lo so: non basta uno schiocco di dita per realizzarlo e non è sufficiente che qualcuno ti dica ciò che devi fare per trasformare la tua vita.
Il cambiamento implica una buona dose di consapevolezza, sforzo, assunzione di reponsabilità, rischio, tentativi, errori.
La via verso la realizzazione non è certa e non è retta, è lastricata di aspettative che possono essere disattese, da ostacoli e cadute, da battute d’arresto, da senso di solitudine, a volte di sconfitta e inadeguatezza. E insieme di sorprese, gioia, soddisfazione, traguardi, scoperte, compagni di viaggio e senso della vita.

Ma alla base di tutto ciò , perchè il cambiamento avvenga, occorre una buona dose di fiducia: in noi stesse, nella possibilità di farcela, nella vita, negli altri.

Ciò che sogno non è un mondo in cui la via per il cambiamento sia perfettamente dritta e senza ostacoli, ma uno in cui le donne sentano il supporto, non sia preclusa loro la possibilità di provarci, non siano sottoposte alla lente di ingradimento e al dissezionamento delle loro debolezze.

In cui siano pienamente protagoniste della loro trasformazione e della loro vita, senza modelli da seguire, senza ideali a cui aderire per andare bene. Senza che nessuno dica loro cosa devono fare per essere “brave“.
Un mondo in cui si respiri senso di possibilità e di fiducia, leggerezza e accessibilità. che, a tutti i livelli, l’opportunità di migliorare sia alla portata di tutte, facendo sentire che una mano tesa c’è, qualora ne avessero bisogno.


3. Le donne siano consapevoli di ciò che vogliono e ne diventino responsabili

“Quando si passa tanto tempo a cercare di sentirsi perfette poi non si sa neanche più cosa si desidera davvero”.
In queste parole c’è tutto il sacrificio a cui ci costringiamo per votarci alla perfezione.
Il perfezionismo ci allontana da noi stesse, ci confonde le idee. Si basa sul timore del rifiuto, sul bisogno di accettazione e di appartenenza e ci convince di essere la soluzione a queste necessità.

Ma in realtà, affidarsi al perfezionismo è una strategia che non funziona, poichè non è una modalità consapevole, nè efficace per soddisfare i nostri bisogni e per sentirci come desideriamo.
Poichè ci proietta sulla preoccupazione di che gli altri penseranno di noi, di dover esser perfette per andare bene, anzichè sul desiderio di dare il meglio di noi stesse e di sentirci genuinamente soddisfatte.

Sogno in mondo in cui le donne non si sentano vittime o in balìa di soluzioni che sembrano l’unica alternativa possibile, ma responsabili di capire cosa desiderano, capaci di ascoltare i loro bisogni, desiderose di conoscersi e di farsi promotrici di realizzare ciò che vogliono e del loro cambiamento.
Desidero una vita in cui responsabilità non faccia rima con colpa e non spaventi, in cui significhi invece onorare il proprio potere e la propria liberà di cambiare le cose, di agire, di scegliere ciò che va bene per noi.
Non ciò che è perfetto, ma ciò che funziona davvero per la nostra vita.


4. Non si debba per forza scegliere se essere perfette o essere felici

E se il punto non fosse scegliere fra la perfezione e la felicità?
Se si trattasse piuttosto di comprendere che il perfezionismo (con il suo desiderio di perfezione a ogni costo, che ci fa idealizzare la possibilità di raggiungerla indipendentemente dalla reale condizione umana) è uno dei fattori che si frappongono tra il desiderio di essere brave e il nostro diritto alla felicità?

Sogno una realtà in cui essere “capace” non assuma l’accezione (o la costrizione) di “perfetta”, in cui non ci si debba convincere che l’unico modo per meritarci la felicità e la soddisfazione sia il perfezionismo.


Contrariamente a quanto pensiamo, infatti, perseguire il perfezionismo non significa progredire, bensì cadere in una trappola di immobilismo che ci blocca e ci impedisce di spiccare il volo. Come in un paradosso bello e buono, per paura di fallire, deludere noi stesse e gli altri, non ci sentiamo mai abbastanza sicura per fare un passo, nè adeguatamente coraggiose per esporci e osare.

Ecco: io voglio un mondo in cui le donne non debbano più sacrificare la loro felicità e la possibilità di una vita appagante nel tentativo di essere perfette.


5. Essere “brava” corrisponda a essere “se stessa”

Con il perfezionismo in agguato, il desiderio di piacere a tutti, di soddisfare le loro aspettative, di essere chi e come gli altri vorrebbero pur di sentirsi approvate è molto vivo in noi.
E io invece desidero che le donne non si sentano obbligate a essere accondiscendenti, sempre pronte a prodigarsi per gli altri, costringendosi, così a vivere distanti da se stesse, dai propri bisogni, sentimenti e desideri.

Un mondo in cui dedicarsi a se stesse non significhi essere egoiste, nè sentirsi tali. In cui parlare di bisogni e di necessità non comporti la preoccupazione di togliere qualcosa agli altri, bensì la convinzione dell’importanza di coltivare una buona relazione con se stesse per poi fare altrettanto con chi le circonda.

Desidero che si vada oltre una visione dicotomica della vita: giusto o sbagliato, perfezione o fallimento, altruismo o egoismo. Poichè la vita è fatta di sfumature ed è nelle loro pieghe che possiamo trovare l’autenticità e il coraggio di essere noi stesse.


6. Il coraggio di rischiare sia (anche) cosa da donne

Sin da quando siamo bambine, veniamo tirate su programmate per fare tutto alla perfezione. Creasciamo puntando alla perfezione, comportandoci come se fosse raggiungibile.

Quando adottiamo il perfezionismo, sacrifichiamo molto di noi, a partire dal coraggio di correre dei rischi, di assumerci la responbsabilità della scelta, di osare e provare, con la possibilità di sbagliare, certo, ma anche quella di farcela e di sentirci soddisfatte di noi.

Ciò che sogno è che le donne sappiano, sin da bambine, che la perfezione a ogni costo non è l’unica possibilità che hanno a disposizione.
Che possono avere fiducia in loro stesse, allenare il coraggio, scollarsi di dosso l’etichetta che le vorrebbe caute, misurate, perfette, lasciandosi invece aperta la possibilità di esporsi, di provarci, di osare.

Sogno un mondo in cui ogni donna si senta abbastanza coraggiosa da chiedersi:
“Cosa voglio fare e chi voglio essere, oggi, perche domani, guardandomi indietro, non debba chiedermi cosa sarebbe successo se fossi stata capace di rischiare?
Cosa posso fare per sentirmi soddisfatta di me, qui e ora?”

Avere il “coraggio dell’imperfezione” è qualcosa che va oltre la capacità di concedersi gli sbagli.
E’, piuttosto, la forza di mostrare le proprie imperfezioni, di uscire dall’ombra e di lasciar andare la certezza di non essere abbastanza. Il coraggio di convincersi di meritare e di essere degne, di felicità, amore, soddisfazione, supporto, appartenenza. Prima di tutto da parte nostra.


7. In cui ogni donna possa sentirsi libera di dire “Io sono un cactus e va bene così”!

Come i cactus, anche noi nasciamo con le spine, metafora delle nostre imperfezioni. Eppure, nonostante facciano parte di noi, a un certo punto della nostra storia ci convinciamo di dovercene vergognare, di doverle nascondere. Le nostre spine diventano la causa della sensazione di essere incomprese, non accettate.
Iniziamo a sentirci “strane”, “diverse”; mettere da parte le nostre imperfezioni e chi siamo davvero ci sembra sia l’unica cosa da fare per farci accettare e apprezzare, per essere come gli altri ci vorrebbero.
Sacrifichiamo la nostra natura di cactus, iniziamo a comportarci come se fossimo un fiore senza spine, uno di quelli belli, perfetti, nel tentativo di assicurarci l’amore e l’apprezzamento altrui.
Vivere come quel fiore perfetto, sacrificando la nostra natura di cactus, tuttavia, può essere molto faticoso, ci intrappola in abitudini insostenibili.
Ecco perchè accogliere le spine e accettare di essere un cactus , diventa la strada per lasciar andare il perfezionismo e trovare il nostro modo imperfetto di vivere la vita
Solo accettando noi stesse riusciremo a sperimentare che possiamo scegliere se diventare quel fiore, rimanere un cactus o magari essere entrambi, conservando le nostre spine, solo perchè siamo noi a volerlo. Autenticamente e non per compiacere gli altri.




Con il mio lavoro ho scelto di contribuire a rendere il mondo un posto non perfetto, ma migliore. E uno dei mondi con cui ho deciso di farlo è creando “Io sono un cactus”, il percorso di autocoaching per lasciar andare il perfezionismo e diventare imperfezionista.

Perchè credo che un percorso sostenbile, accessibile, che ti permetta di lavorarci su con i tuoi tempi e ritmi, in base alle risorse che hai a disposizione in questo momento sia un’occasione importante per sentire che il cambiamento è alla tua portata e che una alternativa al perfezionismo c’è.

Clicca qui per leggere tutti i dettagli su questo percorso e qui per vedere il video di presentazione!

Grazie e a presto,
Patrizia

Ph Mika Baumeister/Unsplash

Patrizia Arcadi

Sono Patrizia Arcadi, La Coach Imperfetta: ti aiuto ad accettare e accogliere l’imperfezione, riscoprendo il coraggio di essere te stessa. Lavorando con me potrai: sentirti più sicura di te e delle tue decisioni nella vita privata e nel lavoro, metterti al primo posto senza sentirti in colpa, riconoscere il tuo valore, dire la tua con sicurezza, apprezzarti e star bene con te stessa.

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